DELICATEZZA E VIGORE

Ogni volta che c’era un momento di silenzio, si sentiva il vento attraversare il cielo. Le mura distanti erano diventate delle sagome nere che proteggevano il sonno di Roma.

Io sono egoista, viziato e troppo sensibile, concentrato soltanto a fare quello che mi va di fare. So di non riuscire a sentire compassione per quello che provano gli altri. Perlomeno mi riesce con poca autenticità. Io credo nelle mie sensazioni, nel fatto che alla fine la coscienza e le intenzioni movimentino la vita come delle onde.

Noi esseri umani continuiamo a crearci dei ricordi, senza mai smettere di nuotare nell’esistenza. Ma la maggior parte dei momenti che viviamo scompare, e non ci si può fare niente. Anche se siamo consapevoli di perdere gran parte della nostra vita, non ci resta che continuare a vivere fino alla morte.

Anche nei momenti in cui eravamo seduti su quella terrazza, niente restava identico a se stesso, tutto mutava rischiando di essere dimenticato. Ogni cosa risplendeva di una luce dorata, con una lucentezza tale da far credere che qualcuno avesse sparso dall’alto dei brillantini. Splendeva anche la linea dell’orizzonte ed era così lontana da sembrare offuscata. Osservavo le tue mani, quel tuo modo particolare di sorridere con gli occhi. L’iride così scuro che quasi mi perdevo. L’affetto con il quale mi sfioravi. La brezza era leggermente fresca e lentamente la luce, che fino a poco prima era stata accecante, si stava concentrando a occidente, tingendo le nuvole di rosa, arancio e oro. La notte scendeva con una velocità sorprendente. Il polline era alzato dal vento mentre gli insetti, viscidi, ti si attaccavano al corpo. Gli odori della sera permeavano l’aria e ormai il terreno era buio. Anche i nostri volti, poco alla volta, si andavano dissolvendo nella penombra, mentre il cielo sembrava sempre più alto, le nuvole cambiavano forma e il vento si intensificava.

Percepivo che stava nascendo qualcosa di severo in questo pacifico mondo di stanchezza. Qualcosa di delicato, di piccolo. Il segno di una lieve tensione.

Roma mi appariva bella in una maniera addirittura ironica, tanto da pensare di voler smettere di percepire le cose così intensamente. La luce delle stelle risplendeva nel cielo leggermente nuvoloso, ricordando la primavera. L’atmosfera era impregnata dell’alito di stagione, di quelli magici che senza accorgersene mettono fretta, fanno dimenticare di vestirsi pesante e accelerano tutta una serie di cose. Il glicine portava in grembo gli ultimi boccioli che avevano dimenticato di schiudersi, cercando da un momento all’altro di liberare il loro colore in quell’angolo di Roma che era un crescendo di delicatezza e vigore. Osservavo tutto questo e pensavo, “chissà quante altre volte vedrò il glicine in fiore in questa vita”.

Dio ha fatto in modo che i nostri corpi durino soltanto fino a che ci è possibile restare con la testa tra le nuvole, in modo da non dover pensare troppo. Le nostre menti non sono in grado di comprendere il modo in cui compassione e indifferenza si bilanciano a vicenda, è una faccenda più grande di noi. Così grande, che l’unica cosa che ci riesce di fare è vivere, stupirci e accettare la realtà che ci troviamo davanti.

Il Tevere, da solo, trasmetteva, con la sua feroce forza vitale, la dolcezza delle frasi che ci scambiavamo e la grave tristezza degli esseri umani che, a un certo punto, si finisce volontariamente con l’affogare. Per quanto l’animo cercasse di aprirsi, sotto una volta celeste biancastra, l’ardore si attenuava. Volevo vedere un cielo completamente buio. Di quelli dove la luna risplende chiara come una perla.

Giacomo Nee 1
di Giacomo Nee [ @giacomo_nee ]
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